ideazione, coreografia e danza Ilenia Romano | musica Edoardo Maria Bellucci | disegno luci Leonardo Badalassi | video Lorenzo Letizia | vocal coaching Virginia Guidi | costume Ilenia Romano e Svetlana Mikova / realizzazione Liuba Dounaeva | una produzione PinDoc | con il contributo di MiC e Regione Siciliana | co-produzione Umbria Danza Festival | col sostegno di Armunia, Home Centro Creazione Coreografica, SPAM! Rete per le arti contemporanee, Anghiari Dance Hub, Viagrande Studios, IterCulture
(Patrizia Politelli, Elena. Laddove la parola manca)
VACUUM. La conquista del vuoto è un assolo che prende ispirazione dalle mutevoli sfumature del personaggio mitico di Elena di Troia (senza svelarla in modo descrittivo) per tracciarne i tratti archetipici e una loro possibile evoluzione-risoluzione. Il Femminile in questione, così come il Maschile che ne emerge in modo antagonistico e complementare, comprende quella parte inconscia del sé presente in ogni essere umano e nell’universale junghiano.
Elena è una donna “irregolare” e contraddittoria in un mondo prevalentemente fallocentrico. Il suo corpo è territorio di conquista, terra contesa da manifestazioni di un maschile che si espande su un femminile asfissiato e trattenuto in forme che diventano sepolcri. Suscita sentimenti diversi: amore, attrazione, odio, compassione, condanna, comprensione. Di origine semidivina, appare bellissima e pericolosa, in balia degli eventi e della Necessità, di un volere divino contro i quali nulla può. La sua colpa sembra non stare in un atto ma in un non-agire, in un sottrarsi, nella sua stessa impotenza all’autodeterminarsi. In nome di lei, allo stesso tempo vittima e “oscuro oggetto” del medesimo desiderio, si compiono stragi e inganni.
Il lavoro è un’ode a chi non si sente mai a casa, a chi fluttua nel proprio vuoto saturo di immagini altrui, a chi cerca la propria ‘Parola’ e il proprio diritto di esistere. È un viaggio tra iconografie del femminile sacro, del bestiale, del mondo greco: immagini che si animano e dialogano in un paesaggio quasi onirico nella pellicola liminale tra l’interno e l’esterno. È un moto di ricerca, così antico quanto attuale, di (im)possibile e permanente autoliberazione.