Mykestesia
soggetto Giulio Musso | regia Francesca Melluso, Federico Pipia | coreografia, performer Francesca Melluso | sound design, allestimento scenico Federico Pipia | costume Dora Argento | produzione PinDoc | con il sostegno di IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia | con il contributo di MiC e Regione Sicilia | progetto vincitore della residenza Bodyscape, prodotto con il sostegno di Dancescapes 2025, promosso da Danza Urbana ETS, con il supporto di h(abita)t, la collaborazione di O.R.A. e la Rassegna Rami d’ORA di Associazione Laagam
Uno studio audiovisivo è stato realizzato privatamente dalla compagnia, partecipando come finalista a tre festival dedicati alla videodanza: Interfaccia Digitale 2024 (Hangar Fest, Pesaro), Fuori Formato (Genova), {te}che (Savona) e Tendermesh FilmFest (Berlino).
Il lavoro, site specific per sua natura, si presta a una varietà di spazi sia INDOOR (open space, gallerie d’arte, ex industrie, etc) che OUTDOOR (in contesti naturali o antropizzati). Nei link a seguire si possono trovare due testimonianze di entrambe le versioni.
Intruso postumano nel teatro dell’Antropocene, mutante plausibile, Mykestesia riproduce le involontarie strategie di resistenza dei funghi “alla fine del mondo”, che crescono nei paesaggi degradati dello sfruttamento capitalista grazie alla collaborazione produttiva con altre specie. Questo soggetto fatalmente antropomorfo, refrattario alla morte, è un prodotto involontario ed illegittimo della globalizzazione, e riesce a sopravvivere spremendo ogni stimolo da cui è costantemente attraversato per restituire il significato del suo esserci qui e ora, provando a stabilire una relazione di reciprocità con le cose vive e morte che lo circondano.
Mykestesia emerge casualmente in un bosco di alberi marciti al limitare delle rovine di un centro commerciale, è il frutto di una stratificazione di rifiuti, codici binari, oggetti di consumo, spore ed esalazioni chimiche che attivano una forma impensabile di essere. Questa metafora estrema dell’identità, mettendo in scena un corpo utopisticamente senza forma che tange le possibilità di un’intelligenza al contempo fungina, vegetale, animale, cyborg e virtuale, ci invita a scegliere la vertigine della contaminazione in luogo di un’estinzione programmata attraverso l’eliminazione di tutto ciò che la discarica dell’“umano” non considera come proprio.